Tribù Urbana: il racconto corale di Ermal Meta

Oggi vi parlo di Tribù Urbana, il quarto e ultimo disco in studio di Ermal Meta.

Questo album arriva a 3 anni da Non abbiamo armi e, a mio avviso, ne è la perfetta prosecuzione.

Tribù Urbana: il quarto tassello di un progetto grafico iniziato con Umano

L’evoluzione nei contenuti

Le storie della Tribù

Tanti modi di essere uguali

Un disco da cantare

L’io dentro la Tribù

Musica che genera speranza

Cambio di prospettiva: pro e contro

Tribù Urbana Tracklist

Ermal Meta Tribù Urbana
Ermal Meta – Tribù Urbana

Tribù Urbana: il quarto tassello di un progetto grafico iniziato con Umano

Inizio a parlarvi di questo album partendo dalla copertina, perchè credo che Tribù Urbana sia il quarto tassello di un percorso grafico iniziato con Umano.

Se guardiamo le copertine dei quattro album in sequenza si può notare come similitudini e differenze disegnino un percorso preciso che rende i quattro dischi legati visivamente.

Le idee grafiche, se guardate con attenzione, sintetizzano con le immagini il contenuto del disco.

L’artwork di questo album è semplice, fondo neutro con un piano americano di Ermal Meta che, come in Non abbiamo armi, è una fotografia.

L’outfit ci riporta a Umano poiché l’immagine, questa volta solo in parte, si fa nuovamente contenitore, non dell’infinito ma di una città. Sono i pantaloni, più in particolare la fantasia di questo capo, a raffigurare le luci di una città.

Il corpo di Ermal, dipinto con strisce colorate a riprodurre un arcobaleno, ci riporta ai colori che riempivano e contornavano il mezzo busto di Vietato morire. Se nei pantaloni c’è la città, la pittura del corpo ricorda quella utilizzata dalle popolazioni tribali.

L’evoluzione nei contenuti

Così come anticipato nelle didascalie delle copertine, anche a livello di contenuti da Umano a Tribù Urbana troviamo un’evoluzione narrativa.

Il protagonista delle storie di questo album non è più solamente l’uomo come in Umano e Vietato morire, non è neanche Ermal Meta con i suoi punti di forza e le sue fragilità come in Non abbiamo armi.

La narrazione di Tribù urbana si snoda attorno a un collettivo, a quella “tribù” che ci ricomprende tutti in quanto uomini integrati in un tessuto sociale.

L’uomo è sempre protagonista ma non è l’attore unico, si spengono le luci sull’interiorità dell’essere umano e si accendono quelle sulla tribù.

Le storie della Tribù

Come negli altri album l’amore, nella concezione più ampia e universale del termine, è il perno attorno a cui ruotano la maggior parte dei brani.

Quello che distingue questo disco dai precedenti è, a mio avviso, il punto di vista. Chi racconta non guarda più all’interno ma all’esterno, prestando la sua voce alle storie di Nina e Sara (Nina e Sara), di Tommaso, di Yusuf, di Marco, di Marta (Il destino universale).

Molti brani raccontano il tessuto sociale in cui siamo immersi, delineandone tranelli e opportunità. Ogni storia prende forma in relazione al contesto in cui si sviluppa.

Nina si sente sbagliata perchè non è come gli altri si aspettano che sia, Tommaso annega sotto il peso di una vita che fatica a gestire, Yusuf non sarebbe costretto a fuggire se fosse nato altrove ma, in tutte le storie Ermal lascia aperta una speranza.

Tanti modi di essere uguali

Il tema dell’uguaglianza viene ripreso più volte nel disco e affrontato da diversi punti di vista.

No Satisfaction, il brano che ha anticipato l’album, punta il dito sul lato negativo dell’essere uguali, sul confine sempre più labile tra online e offline, mettendoci di fronte alla possibile deriva di una società che tende all’omologazione appiattendo le differenze.

Il rischio dietro l’angolo è la perdita della propria identità nella corsa affannosa alla ricerca di qualcosa che non è reale e non fa che allontanarci da noi stessi e dagli altri sancendo di fatto una sconfitta: veni, vidi, persi**.

La new generation raccontata da Ermal Meta è protagonista di un processo esploso con la digitalizzazione ma probabilmente già iniziato con l’urbanizzazione che, aumentando spazi e possibilità, aveva di fatto ridotto le reali occasioni di fare comunità.

Anche la resa musicale amplifica il concetto del brano, la voce metallica, il rock, l’elettronica e la cadenza martellante del testo sono elementi che sottolineano artificialità e spersonalizzazione.

Uno, la traccia che apre il disco, ci ricorda invece che, a prescindere dai confini che tendono a separarci, è l’essere tutti sotto lo stesso cielo a renderci uguali.

Ne Il destino universale è raccontata una visione del mondo in cui ciascuno di noi è parte di un disegno che ricomprende tutti, a garanzia di una sorta di ciclica democrazia dell’esperienza che ci rende tutti esposti alle stesse intemperie a agli stessi arcobaleni, quindi uguali.

Il destino universale non è però sinonimo di rassegnazione ma funge da stimolo per trovare il coraggio di prendere in mano la propria vita.

In Un altro sole l’uguaglianza passa anche attraverso il dolore che ciascuno, prima o poi, si trova ad affrontare nella vita ma da cui si può ripartire più forti. Ricominciare si può e farlo insieme è più facile.

Tutti questi racconti convergono in un unico punto: l’artificialità delle divisioni. Molto spesso sono i nostri occhi a vedere le diversità come qualcosa da combattere, sono le nostre mani ad alzare muri e disegnare confini che non esistono, credendoli reali.

Abbiamo costruito barriere di pregiudizi che stanno dividendo a suon di odio, tanto online quanto offline, qualcosa che nasce con un nome solo: umanità.

Un disco da cantare

La prima sensazione che ho avuto ascoltando Tribù Urbana è stata quella che fosse un disco da cantare in coro.

A livello testuale i pezzi arrivano a qualunque tipo di ascoltatore per la loro immediatezza e per la buona dose di speranza di cui sono portatori sani, in un momento in cui certezze e fiducia vacillano.

Musicalmente il frequente utilizzo di cori trasforma la voce in un vero e proprio strumento, non una ma tante voci, così come molteplici sono gli attori della narrazione.

Molti dei brani hanno una struttura che li rende facilmente memorizzabili come era buona abitudine in passato quando l’oralità era l’unica forma possibile di trasmissione. Ermal Meta potrebbe essere definito l’aèdo* moderno di una tribù urbana.

Queste caratteristiche fanno in modo che quest’album trovi la sua massima espressione proprio nell’esecuzione live in cui finalmente si potranno mescolare voci, esperienze e storie. Nel frattempo basta chiudere gli occhi e si è già sotto un palco, lì dove come le voci, le nostre voci si accendono milioni di luci (Uno) e milioni di persone danno vita a un altro sole (Un altro sole).

Il disco sembra a tratti l’espressione di quel senso di appartenenza a un qualcosa di unico che da sempre lega Ermal Meta alla sua tribù: due strade divise e un unico fine si incontrano prima o poi e ti riposerai dentro ad una canzone e ritroverai quella stessa emozione con qualcuno come te, come me (Gli invisibili).

L’io dentro la Tribù

Non tutti i brani dell’album guardano all’esterno, anche in Tribù Urbana troviamo dei racconti fatti in prima persona.

Accade nel pezzo sanremese Un milione di cose da dirti, in Stelle cadenti, Non bastano le mani e Un po’ di pace ma la forza arriva sempre dal rapporto con l’altro che sia trovato (Voglio solo un po’ di pace, sentire la tua voce, sapere che ci sei Un po’ di pace), o cercato (dimmi che mi vuoi bene,anche se non ci crediStelle cadenti, Solo una ferita che mai nessuno ha potuto guarire, fallo tuNon bastano le mani) .

Menzione a parte merita Un milione di cose da dirti, un pezzo che cresce ascolto dopo ascolto, che si impone con la sua semplicità. Una dichiarazione d’amore che trasforma la normalità delle piccole cose in un punto di forza.

Gli amori che gridano e accendono grandi fuochi spesso bruciano velocemente e si spengono per mancanza del combustibile che li alimenta.

Un milione di cose da dirti racconta un amore diverso, quello che si costruisce giorno dopo giorno in cui il bene funge da carburante e la complicità cresce grazie a quella piccola fiamma che, seppur flebile, rimane sempre accesa.

Esserci quando si vola assieme è facile, tornare a terra quando uno dei due non riesce ad alzarsi è una prova d’amore (se non riesco ad alzarti sarò con te per terra).

L’amore è la certezza di una mano sempre tesa da poter afferrare e in questo brano Ermal Meta lo racconta in modo esemplare.

Musica che genera speranza

Tribù Urbana è arrivato in un momento complicato per tutti, la speranza e il senso di comunità che trasmette sono un segno importante.

Mi piace leggere questo disco come un tentativo di riportare in primo piano umanità e uguaglianza che sembrano sbiadire sempre più velocemente come i tratti somatici dei protagonisti del video di No Satisfaction.

La pandemia in corso ha indirettamente reso più profonde le crepe di un tessuto sociale già lacerato e mi auguro che il messaggio positivo di questo disco funga da catalizzatore di speranze.

Cambio di prospettiva: pro e contro

Se quest’album ha un punto debole, a mio parere, è la scarsa presenza di quello che credo sia invece la grande forza della penna di Ermal Meta.

Cambiando il punto di vista si perde un po’ il grosso impatto emotivo dato dalla sua capacità di scendere nel profondo raccontando le emozioni proprie del suo vissuto personale rendendole accessibili e facilmente indossabili da chi ascolta. Questa sua capacità lo ha reso negli anni un artista credibile e vero in tutte le sue sfaccettature.

Sicuramente è stata una scelta voluta che non toglie nulla a un artista come Ermal Meta che ha dalla sua l’incredibile capacità di calarsi sempre nel tempo che vive, di sperimentare e mettersi costantemente alla prova, cimentandosi in cose nuove senza perdere la sua personalità.

Tribù Urbana Tracklist

Come è ormai abitudine vi lascio la tracklist dell’album con le frasi che preferisco di ogni brano:

Uno “Siamo tutti qui che spettacolo, quasi identici non è un miracolo, tutti liberi tutti o nessuno, il cielo è uno”

Stelle cadenti“Devo smettere di parlare che ho bevuto troppo ma siamo tutti un po’ ubriachi di qualcosa o di qualcuno, ma si lasciamo stare che un regalo che nessuno vuole è la verità”

Un milione di cose da dirti“Il tuo viaggio io, la mia stazione tu e scoprire che volersi bene è più difficile che amarsi un po’ di più. È la mia mano che stringi, niente paura e se non riesco ad alzarti starò con te per terra”

Il destino universale“Ci manca il coraggio di dire “lo faccio,concedo a me stesso di essere libero stavolta io posso un piccolo passo” per sperare non si chiede il permesso”

Nina e Sara – “L’estate finì e Sara prima di andare dalla finestra vide Nina spuntare nessuno sapeva cosa avessero in mente qualcuno le sentì parlare: “la felicità non te la posso garantire, ma la tristezza te la posso risparmiare””

No Satisfaction“Siamo macchine perfette di parole di saette siamo macchine inventate da una mente un po’ animale che un battito e un ruggito sono sempre un rituale per chi perde e per chi vince il premio è uguale”

Non bastano le mani“Non parlo mai di me, non dico mai tutte le cose ci sono melodie difficili da intonare non parlo mai di me che poi mi torna tutto su e di parlare poi non ce la faccio più”

Un altro sole“E non sei buono, non sei cattivo, ma sei quello che hai vissuto e tutto questo lo sai bene solo te e quante sconfitte hai dovuto ingoiare pensando che forse una cosa migliore non ti poteva succedere”

Gli invisibili“Due strade divise e un unico fine si incontrano prima o poi e ti riposerai dentro ad una canzone e ritroverai quella stessa emozione con qualcuno come te, come me”

Vita da fenomeni“Ormai non siamo buoni a fare tardi e non siamo più tanto bravi a fare i giovani, sarà che siamo diventati grandi in questo mare pieno di pericoli. Non siamo neanche buoni a stare calmi non sapendo più quali sono i nostri limiti, sarà che siamo sempre tanto stanchi troppo stanchi per questa vita da fenomeni”

Un po’ di pace“Tu lo sai che mi si vede l’anima in controluce non cambiarmi mai”

Buon ascolto!

*L’aedo (da aoidòs, cantore) o rapsodo (da rapsodòs, cucitore di canti) era l’antico cantore di poemi dell’Antica Grecia.

Dalla sparizione della scrittura sillabica della civiltà micenea (XII secolo a.C.) alla prima diffusione della scrittura alfabetica (VIII secolo a.C.) la cultura greca fu una cultura esclusivamente orale, tramandata di generazione in generazione da anonimi cantori chiamati aedi o rapsodi. Essi erano dunque la memoria vivente e i portavoce di un sapere collettivo. Estratto da Antica Grecia: chi era l’Aedo? – Studia Rapido

**Veni, vidi, vici: frase pronunciata da Giulio Cesare per annunciare la vittoria a Zela.

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