La prima data di Fabrizio Moro nella sua Roma: non sono solo parole.

Oggi vi racconto un concerto, uno di quelli a cui decidi di andare perché pensi di averne bisogno, perché credi sia il luogo giusto per liberare quella quantità imprecisata di energia compressa accumulata nei mesi.

Il concerto in questione è la prima data del tour di Fabrizio Moro al Palazzo dello Sport di Roma. A scaldare i motori ieri sera c’era Emanuele Bianco, un giovane cantautore di cui credo sentiremo presto parlare. Tre suoi brani ed ecco puntuale il buio in sala, la band sul palco, i coni di luce a disegnare l’attesa e a battere il tempo, poi finalmente 8,7,6,5,4,3,2,1 GO!

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È partito così questo concerto, con un countdown, lo stesso che i fans hanno iniziato a fare sin dall’acquisto dei biglietti lo scorso inverno. Sembravano troppi giorni e sembrava che il tempo non passasse mai invece finalmente tutto ha avuto inizio.

Circa un anno di assenza dai palchi e Fabrizio Moro è tornato con una scaletta di 29 pezzi in cui hanno trovato spazio quasi tutti i brani dell’ultimo album Figli di nessuno (ne parlo qui), i pezzi più famosi del suo repertorio (Pensa, Portami via, Libero, Non mi avete fatto niente, L’eternità) e quelli meno conosciuti (Sangue nelle vene, Tu). I brani che più hanno infuocato il pubblico sono stati sicuramente Libero, Alessandra sarà sempre più bella e Pensa. La partenza con Quasi lasciava intuire quel che sarebbe stato, un concerto dai ritmi serrati, capace di investirti con una potenza incredibile senza penalizzare i tanti momenti emozionanti tra cui Portami mia, Quando ti stringo forte, Come te, Filo d’erba e Sono solo parole cantata con Noemi, ospite inatteso della serata. La scaletta ha sicuramente reso giustizia alle tante anime di Moro e all’evoluzione del suo percorso artistico.

La regia dello spettacolo in molti casi ha saputo cogliere l’essenza dei brani aggiungendo emozione e intensità. Su questo versante i momenti più a fuoco, quelli che a mio parere hanno funzionato meglio, sono stati sicuramente L’eternità con la sua pioggia di note, Pensa con i volti degli uomini di coraggio e le lettere che arrivavano addosso come un pugno in faccia e Filo d’erba con quegli occhi fissi sullo schermo che sembravano voler parlare.

Dopo più di due ore di tempesta emotiva è Pace  a chiudere iconicamente la prima data di questo tour  tanto atteso non solo dal pubblico. A pochi pezzi dall’inizio è lo stesso Moro infatti a raccontare quanto quel palco e quel calore gli siano mancati in questo anno di stop. Una storia musicale, la sua, iniziata più di 20 anni fa e che oggi raccoglie i frutti di un percorso portato avanti con coerenza ed onestà. Moro ha attraversato una strada, forse lastricata di insidie, ma che a posteriori gli ha permesso di voltarsi indietro con soddisfazione per i risultati raggiunti. Il palco è evidentemente parte di lui, è infatti impossibile non rendersi conto che sembra nato per calcarlo. A riempire parterre e spalti la sua gente, tutte le persone che, a mano a mano, negli anni sono riuscite ad interiorizzare ogni parola e si sono sentite a loro volta comprese da chi le aveva scritte. Un rapporto speciale con un pubblico che lo rappresenta e che, come lui, non si è risparmiato, cantando a squarciagola ogni parola e rispondendo ad ogni suo gesto.

Era il mio primo concerto di Fabrizio Moro, confesso di essermi avvicinata alla sua musica da poco tempo, ma sapevo già quali sarebbero state le canzoni che, in modi diversi, avrebbero centrato il bersaglio, quella su cui sarebbero scese lacrime e quelle su cui avrei perso la voce e così è stato.

L’immagine che mi porto a casa, oltre ad una dispensa di adrenalina e tanta soddisfazione, è sicuramente quella di un combattente al centro di una folla pronta a sostenerlo e seguirlo ad ogni passo, la stessa folla che lui ringrazia con una mano sul cuore, quello che batte con loro stesso tempo.

Se vi ho un po’ incuriosito, qui trovate i biglietti delle prossime date.

Per i più curiosi e per chi volesse rivivere un po’ del concerto, vi lascio la playlist della scaletta

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