Le parole di Ermal Meta da “La fame di Camilla” a “Non abbiamo armi” – Bonus Finirà bene

Oggi vi racconto come le parole siano in grado di dipingere in maniera meticolosa uno stato d’animo e di come riescano a scattare le migliori istantanee di sempre. Qualcuno potrebbe obiettare che la fotografia e la pittura possono avvalersi di grafica e colori, qualcosa che alla parola manca. Io vi assicuro, invece, che le parole contengono molti più colori e molte più sfumature di una tavolozza, posseggono un numero così alto di pixel che neanche le fotografie di alta qualità potrebbero contenere.

Il potenziale di ogni parola è altissimo, quei semplici caratteri contengono la chiave di accesso ad infiniti mondi, a volte uguali per tutti, a volte diversi per ciascuno.

L’abilità nell’uso delle parole, unita ad una normale dose di inconsapevolezza data dall’istinto di chi scrive, fa in modo che queste diventino, all’interno di un percorso, dei punti fermi ma anche dei punti di rottura indicando dei semplici cambi di rotta o dei mutamenti più profondi del modo di sentire e percepire ciò che abbiamo intorno.

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Recentemente mi è capitato di inciampare in molti testi tra quelli che Ermal Meta ha scritto diversi anni fa quando era il frontman della band La fame di Camilla e mi è balzato all’occhio un utilizzo ricorrente di alcune parole, ma non di altre oggi più presenti nei suoi testi; le parole sono mutate lasciando però invariata la tematica generale.

Parlo di tematica generale perchè tutti i brani scritti da Ermal Meta raccontano l’amore, per amore non si intende solamente quello tra uomo e donna ma , in senso più lato, si parla di quel  sentimento che attraversa le vite di ognuno di noi da quando nasciamo fino alla fine dei nostri giorni. E’ amore quello proviamo per nei confronti di chi ci mette al mondo, di un amico caro, di un compagno di vita, di un figlio, di un nonno ma anche quello per la vita, per la musica e, più in generale, per quelle passioni che ci fanno sentire vivi. Tutto attorno a noi è amore ma non tutti parlano d’amore allo stesso modo, quello che ho letto nei testi de La fame di Camilla è, secondo me, un amore in stand by che non ha ancora trovato la sua direzione (Mostrami le strade, mostrami le tracce, lasciami senza respiro, lasciami senza parole io non le so usare, non le so capire le so solo attorcigliare intorno al collo e soffocare), un sentimento bloccato dalla paura di quel che sarà (muoviti così, lentamente ho paura di restare indietro per sempre), dalla difficoltà di comunicare i sentimenti (ci son parole che nascondono il silenzio delle mie grida e della tua indifferenza). Siamo di fronte ad un animo a pezzi che cerca di ricomporsi e trovare una strada verso il futuro ma è ancora immobile (Mi vedi qui che cerco pace nel cuore ma so soltanto come evitare l’amore). Ce lo raccontano parole ricorrenti  come buio, paura, silenzio, dolore, lacrime contrapposte però a termini come speranza e stelle, perché, anche nelle situazioni più difficili, chi scrive si appiglia sempre, in qualche modo, alla speranza.

Stelle, probabilmente insieme a sogni, termine di cui, a volte, diventa sinonimo, è una delle parole che ci accompagna in tutta la produzione di Ermal Meta ma che, nel corso del tempo, assume significati diversi. Nei testi del La fame di Camilla le stelle sono le paure che si sciolgono (Storia di una favola), l’attimo di felicità prima di precipitare (39), la forza a cui ci aggrappiamo per guardare avanti (Astronauti). Nei testi di Umano e Vietato morire le stelle rappresentano i sogni che cerchiamo di raggiungere (Umano, La vita migliore), il destino che dobbiamo cambiare (Vietato morire), la fortuna di cui, a volte, non ci rendiamo conto (Pezzi di paradiso). In Non abbiamo armi le stelle diventano un interlocutore a cui affidare i pensieri (Le luci di Roma).

Un altro concetto che ritorna più volte, considerando la sua particolarità, è quello della vanità delle promesse, Ermal Meta ce lo ricorda in ben tre brani in maniera sempre diversa: “non voglio parole sono solo promesse e non servono a niente” (La mia parte più debole – L’attesa), “non hai fatto mai promesse ma le hai mantenute tutte” (Ragazza paradiso – Vietato morire), “dicono che non c’è niente di più fragile di una promessa ed io non te ne farò nemmeno una” ( Piccola anima – Vietato morire).

In Non abbiamo armi invece la parola chiave è, a mio avviso, abbraccio, parola che rappresenta il porto sicuro, il riparo, la protezione che ognuno cerca per sè. Avevamo precedentemente incontrato questo termine in tre canzoni (Pensieri e forme, Storia di una favola, Un pezzo di cielo in più) su circa trenta de La fame di Camilla ed era legato sempre alla figura materna o alla musica che sembravano essere gli unici posti sicuri in cui rifugiarsi. Lo troviamo solo una volta  (Ragazza paradiso) nei diciotto brani che compongono i primi due album solisti e, rappresenta lo spazio riservato all’amore di una donna. Nei testi dell’ultimo lavoro l’abbraccio si  trova in ben quattro brani su dodici (Non mi avete fatto niente, Non abbiamo armi, Le luci di Roma, Molto bene molto male) ma è tra le righe dei restanti otto. La consapevolezza della forza insita in un abbraccio (La tua pelle sarà l’unico scudo che avrai e un abbraccio sarà il posto in cui dormirai – Molto bene molto male) è quel che ha fatto cadere lo scudo che, in Voce del verbo, difendeva dagli altri, lo stesso scudo che alzato per proteggere la parte più debole (La parte più debole). Gli scudi alzati e saldi dell’inizio, quelli che si è cercato di abbattere poi, sono oggi caduti definitivamente.

Sono le parole che, alla fine, ci hanno raccontato come Umano e Vietato morire abbiano fatto da ponte tra l’amore spaurito in cerca di una direzione e di risposte de La fame di Camilla  e l’amore per la vita nonostante tutto di Non abbiamo armi. In mezzo ci sono le cicatrici che diventano ali, l’amore vissuto qui ed ora, i pezzi di paradiso, e i sogni da tenere stretti al petto. Gli anni ci cambiano e le parole, anche quando rimangono invariate, cambiano con noi.

Non so voi, ma io in questo viaggio lungo circa undici anni, ma ripercorribile in quasi quattro ore, ho visto migliaia di colori e altrettante sfumature, solchi sul viso, navi ferme nella nebbia e sguardi dritti verso la vita quindi no, secondo me, non sono solo parole, e forse, neanche canzonette.

Post scriptum 6 maggio 2020 – Finirà bene

Alla luce di questo articolo ho ascoltato Finirà bene (ultimo singolo di Ermal Meta) con più attenzione, ho trovato un legame con la produzione precedente ma mi è sembrato anche di intravedere un altro punto di svolta. Un brano è poco per capire una direzione ma di sicuro è sufficiente per leggerlo guardando indietro. Impossibile non notare il ritorno delle cicatrici, se in Lettera a mio padre (E quando sulla schiena hai cicatrici, è lì che ci attacchi le ali) le ferite del passato erano ancora vive e l’intento era quello di trasformare il dolore in rinascita, in Finirà bene (le cicatrici sono le cerniere del passato) la pagina è già stata voltata e il passato chiuso.

Ritroviamo anche la parola rivoluzione che se nel testo omonimo de La fame di Camilla era individuale (Rivoluzione per quel futuro che non ho, per tutti i libri che bruciano, rivoluzione per dare vita a un altro mondo in cui non debba sentirmi più solo, mai solo mai solo) in Finirà bene c’è la consapevolezza che nessuno si salva da solo (Sai che soli al mondo è impossibile restare, che una rivoluzione pure in due si può iniziare).

Torna il piglio positivo di Non abbiamo armi, la speranza anche nelle difficoltà, la voglia di andare oltre il momento difficile, la differenza in questo nuovo brano è una prospettiva condivisa. La pioggia di 9 primavere è fatta da tutte le lacrime versate da chi ne racconta per la fine di una storia d’amore (Sono solo lacrime e non è proprio niente di speciale una per ogni passo fatto insieme…Lo sai che sta piovendo perché ci stiamo lasciando) ora anche la pioggia è condivisione (Questa pioggia unisce le tue lacrime e le mie). 

Dopo queste riflessioni sull’evoluzione di termini che ricorrono ma si trasformano semanticamente, verrebbe da pensare che la chiave di volta del quarto disco da solista possa essere proprio l’altro. Chissà che il grido solitario di Mi salvi chi può non si trasformi in un coro facendo evolvere il punto di vista personale di Non abbiamo armi. Non ci resta che aspettare. 

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